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J.P. II ed Emanuela Orlandi
La vittima ed il
carnefice?
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Una sparizione
fatta passare per sequestro
In
occasione dell’anniversario della sparizione di Emanuela Orlandi,
avvenuta il 22 giugno del 1983, è comparsa su un giornale locale, La
Tribuna di Treviso, l’ennesima dichiarazione che sembra voler
riaprire una delle infinite piste che riguardano questa inspiegabile
sparizione. C’è da dire che questa sparizione era già stata preceduta
da un’altra misteriosa scomparsa di una ragazza, Mirella
Gregori, anche lei quindicenne avvenuta il 7 maggio del 1983 e
mai più ritrovata.
Il
Vaticano parlò subito di sequestro di persona, quando nessuno di fatto
aveva potuto approfondire la dinamica della sparizione. Non vogliamo
riprendere le solite teorie del ricatto da parte di un fantomatico gruppo
terroristico turco, i cosiddetti lupi grigi, che avrebbero fatto pressione
sul Papa affinché, dopo l’attentato fatto da Ali Agca la, o le ragazze
sarebbero state rapite per scambiarle successivamente con la liberazione
di questo strano attentatore.
Questa
è la pista che è sempre stata data in pasto alla stampa e alla gente
perché facessero diventare il Vaticano vittima ricattata anziché
protagonista di questa losca vicenda.
Che
il Vaticano fosse immischiato direttamente in questa sparizione era stato
appurato quasi immediatamente allorchè il giudice che si occupava di
questo caso, Adele Rando, aveva tentato invano di interrogare i più alti
prelati su questa scomparsa. Spesso il Vaticano umilia Corleone in quanto
a omertà, così come i suoi porporati sono dei dilettanti in confronto ai
vari Riina e Provenzano. Anche Vincenzo Parisi, all’epoca era numero due
del SISDE, lamentò la reticenza del Vaticano. Parisi racconta di un suo
incontro – poco dopo il rapimento – con monsignor Monduzzi,
all’epoca prefetto della casa pontificia. Il suo rapporto ai giudici è
del 9 febbraio del 1994. Scrive: “L’intera vicenda di Emanuela
Orlandi fu caratterizzata da costante riservatezza da parte della Santa
Sede che, pur disponendo di contatti telefonici e probabilmente diversi,
non rese partecipi dei contenuti dei suoi rapporti la magistratura e le
autorità di polizia”. “Ritengo che le ricerche conoscitive sulla
vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo
Stato italiano e la Santa Sede, l’intero svolgimento della vicenda fu
caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese
depistaggio, lasciando nel dubbio gli operatori”. Nel ’94 Procura
chiese di ascoltare nell’ordine l’ex segretario di Stato cardinal
Casaroli, il cardinal Sodano, monsignor Monduzzi e infine monsignor
Martinez, che aveva seguito il tentativo di stabilire il contatto con i
presunti rapitori della Orlandi. Ma la rogatoria non venne mai ammessa.
Del
1993 è l’incredibile intervista rilasciata dal cardinale Silvio Oddi
al quotidiano “Il Tempo”. Emanuela Orlandi – disse il cardinale –
non venne sequestrata all’uscita dalla scuola di musica ma quella sera
tornò a casa a bordo di un’automobile di lusso sulla quale ripartì.
L’ignoto accompagnatore attese la ragazza alla Porta di Sant’Anna, uno
degli ingressi della Città del Vaticano, probabilmente (dice Oddi) per
non farsi vedere dalle guardie svizzere che avrebbero potuto
riconoscerlo”. Spiega poi Oddi: “Non ho nessuna idea di cosa possa
essere successo alla ragazza, ma è noto che molte fanciulle occidentali
che spariscono vanno poi a finire negli harem e nei bordelli
d’Oriente”. L’Avv. Bacchiega in una sua trasmissione
riprende questa pista commentandola approfonditamente.
Questa
ipotesi chiamava in causa come attore principale il poroprato Julius Paetz,
all’epoca stretto collaboratore di Papa Voityla, che faceva parte del
cosiddetto “can polacco” (capeggiato da monsignor Dziwisz) e ben noto
come pedofilo nell’entourage del Santo Padre a tal punto che il Papa
stesso fu costretto ad allontanarlo: era accusato di aver abusato
sessualmente di alcuni giovani seminaristi e di averne insidiati altri,
nel corso degli anni ottanta.
Sembra
anche che avesse un debole per le minorenni ed in particolare per Emanuela
Orlandi che era molto conosciuta, per gli incarichi che aveva suo padre
presso la Santa Sede, da tutti i monsignori dell’epoca. Sembra che i due
avessero una relazione e che il frutto di questo rapporto stesse per
fiorire nel grembo di Emanuela.
E’
evidente che una tale notizia avrebbe creato non poco subbuglio
nell’ambiente pontificio. Bisognava in qualche modo porre rimedio. A
quei tempi i lavori sporchi di una certa entità erano appaltati ad una
banda di delinquenti che avrebbero legato la loro fama ad una serie di
efferate imprese criminali nell’aera romana: la banda della Magliana al
cui capo, in questo periodo, c’era Renato
de Pedis, Renatino. A lui sembra fu affidato il compito della
sparizione della ragazza. Del resto fu appurato, grazie alle
intercettazioni e confessioni della sua amante e moglie del calciatore
della Lazio, Giordano, che era invischiato in un traffico di minorenni
slave e italiane. Si spiegherebbe così anche il sequestro antecedente
della povera Mirella. Renatino fu ampiamente gratificato per questa
operazione al tal punto che gli fu riservata con tanto di lettera firmata
dal cardinal Poletti un posto per l’eternità, per i servigi fatti al
Vaticano, nella basilica di Santa Appollinare in Roma, dove tutt’ora
giace. Una telefonata pervenuta ad una nota trasmissione che si occupa di
persone scomparse invitava gli inquirenti ad andare a vedere chi (o cosa)
c’era sepolto in realtà in quella tomba, cosa a cui il Vaticano si è
sempre opposto. Passata la buriana al padre di Emanuela fu riservato un
importante incarico all’interno dello IOR.
Di
Manuela Orlandi, come di Mirella Gregori non si seppe più nulla. Di
sicuro non si trattò di un sequestro perché i rapitori non portarono mai
prove dell’esistenza in vita delle ragazze. Si trattò invece di una
sparizione operata dal Vaticano stesso. Sembra altrettanto improbabile che
il Papa non sapesse nulla della vicenda.
Penso
che questa storia rimarrà sempre avvolta nel mistero anche se questa che ho
descritto è la pista più affidabile.
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