Il relativismo
Il metodo su cui la scienza odierna basa le proprie affermazioni è la
capacità di rendere il più oggettivo possibile l’evento che
vuole studiare. In altre parole si deve necessariamente
spersonalizzare per dare forza alle proprie affermazioni. Tuttavia
dobbiamo affermare che questo metodo è solo una mera intenzione.
Non è possibile infatti essere
contemporaneamente "oggettivamente scientifici" ed
esseri pensanti: se da una scienza rigorosamente oggettiva, si
pretendesse che ricavi il proprio contenuto solo
dall'osservazione, allora bisognerebbe pretendere anche che
rinunci a tutto ciò che per sua natura va oltre ciò che si
osserva.
Se l'osservare
fosse il semplice sgranare gli occhi su un oggetto senza pensare
alcunché, l'osservazione non sarebbe molto diversa da quella
fatta da un animale o da un soggetto allucinato.
Questo dilemma
moderno ha le sue radici nella nascita e nello sviluppo storico
della scienza stessa.
Se andiamo
indietro di qualche secolo, il vero significato della scienza
moderna o il modo di pensare che ne sta alla base ci appare in due
speciali testimonianze. Si tratta di due pubblicazioni
significative distanti un secolo circa una dall'altra: la
pubblicazione del cardinale Nicolò Cusano (1401-1464) della
"Docta ignorantia" (1440), e la "De revolutionibus
orbium coelestium" (1543) di Copernico (1473-1543). Nella
prima vi è l'ammissione chiara che la conoscenza di allora non
era più in grado di raggiungere in modo diretto lo spirito e che
esclusivamente attraverso la più certa fra le scienze, la
matematica, sarebbe stato ancora possibile sperare di
avvicinarvisi, mediante figure simboliche. Nell'altra
pubblicazione, quella di Copernico, il pensiero matematico, il
sapere matematico, viene invece applicato alla descrizione
dell'universo, rivelato dalla sicura matematica.
Da questo momento
in avanti il mondo comincia ad essere visto in modo meccanico: se
per i saggi antichi l'universo non era un complesso meccanico, ora
incominciava a divenire ciò che appare agli uomini d'oggi: un
meccanismo. Per gli antichi, che erano personalmente inseriti
nella spiritualità universale, il cosmo era un insieme vivente,
un ente che tutto compenetrava e che comunicava loro attraverso un
linguaggio cosmico, che sentivano vivere e operare entro
l'infinito, il quale coi fenomeni cosmici rispondeva alle domande
sui grandi problemi che essi ponevano all'universo. L'uomo sentiva
che lo spirito era presente ovunque e che ovunque poteva essere
percepito. Guardando dentro di sé invece, egli riusciva a
percepire l'anima, l'"animatrice" del pensiero e perciò
diventava messaggera dello spirito. Era con l'anima che sapeva di
poter cogliere il mondo materiale-corporeo, come immagine dello
spirito. In questa antica sapienza, non esisteva contraddizione
fra corpo ed anima, né fra natura e spirito. E poiché il corpo
umano era percepito come affine a tutti gli altri corpi della
natura, l'uomo si sentiva un'unità, un "monon" con
tutto il rimanente mondo, in quanto era capace di farsi
consapevole della figura originaria dello spirito e della vastità
dell'universo. Non vi era contrasto fra soggetto interno e oggetto
esterno. Il contrasto fra il soggetto che sta dentro di noi e
l'oggetto che sta fuori, è tipico invece dei tempi moderni, di
quando cioè la natura si pone come méta l’indagine
“oggettiva”. Ma il cosiddetto "oggettivo" degli
scienziati attuali non è la "natura" degli
antichi."Oggettivo" oggi è solo "ciò che è
dotato di corporeità materiale", e in cui non viene più
scorto nulla di spirituale. In tal modo la natura, che deve essere
compresa da me come qualcosa che sta fuori di me, diventa priva di
spirito. L'uomo si mette alla ricerca di una scienza naturale
esteriore in quanto ha perduto il proprio nesso interiore con la
natura. Di tale perdita è testimone lo spirito stesso del nostro
linguaggio: è notevole l'incongruenza che ci mostra la parola
"natura" che è legata al concetto di
"nascere", mentre quel che oggi si intende per
"natura" è solo e soprattutto un mondo che abbraccia,
"scientificamente" solo ciò che è a noi esterno. Anche
la posizione attualmente assunta nei confronti della matematica e
del suo rapporto con la realtà è significativa per la
comprensione dell'attuale pensiero scientifico: per un matematico
d'oggi esporre la geometria significa prendere le mosse dalle tre
dimensioni dello spazio. Nello spazio tridimensionale egli
distingue tre direzioni, ma non sarebbe mai giunto a concepirle,
se non avesse la possibilità di sperimentarle con semplici gesti
che quotidianamente facciamo.
Questi tre
orientamenti dell'uomo vengono oggi considerati come qualcosa a
lui esterno: i processi che nell'organismo si svolgono
essenzialmente dall'avanti all'indietro, da destra a sinistra (o
da sinistra a destra) e dall'alto in basso, non
vengono sperimentati nella loro qualità interiore,
ma solo osservati esteriormente: lo schema spaziale escogitato
dalla geometria analitica che pone un punto in uno spazio astratto
e traccia tre coordinate ortogonali, è sentito come vuoto e
separato da qualsiasi sua esperienza.
E' anche per
questo motivo che la matematica insegnata a scuola è spesso
vissuta dagli studenti come qualcosa di ostile. Non si tratta di
antipatia immotivata verso questa materia, bensì del fatto che
essa è stata nel corso di questi ultimo quattro secoli via via
sempre più "disumanizzata" e rendendola estranea al
proprio corpo umano.
La differenza fra l'antica concezione di matematica, legata
all'esperienza umana, e quella moderna sradicata dalla vita
interiore, appare inoltre caratterizzata anche dal fatto che oggi
non si percepisce più la distinzione fra "concetto"
(contenuto concettuale, spirituale) e "parola"
(materializzazione sonora o scritta del concetto).
I nomi dei numeri
sono esempi di tale allontanamento. Si pensi per esempio alla
parola "due", etimologicamente formatrice della parola
"dubbio", che è uno stato d'animo incerto fra pensieri
diversi o contrari ondeggiante quasi fra "due" pensieri.
"Due", in tedesco "zwei", esprime ancora
distintamente un processo concreto: il verbo "entzweien"
significa infatti "spaccare in due",
"separare", ed ha anch'esso un'affinità con il
dubitare, che si dice "zweifeln". Se poi si tiene
presente che la lettera U in latino si scrive V, si ritrova ancora
un nesso con le lettere "dv" della parola italiana
"dividere". Ciò dovrebbe bastare per prendere coscienza
(o meglio riprendere coscienza) del rapporto fra matematica e
interiorità. Molte cose del nostro comune parlare sono tenute
insieme da un vero e proprio meccanismo logico continuamente
alimentato dallo spirito del linguaggio. Grazie all'osservazione
del linguaggio si può prendere atto di come sia profondamente
radicato nella cultura odierna uno dei problemi della nostra
civiltà.
L'idea di
"mistica" ha assunto sempre più nei tempi moderni un
senso problematico dovuto all'uso ideologico-confessionale del
termine.
Nei primi secoli
cristiani però mistica e matematica venivano poste sul medesimo
piano di importanza. La vera mistica era ciò che si sperimentava
nell'anima. La matematica era una mistica che si sperimentava
anche esternamente, tramite il corpo.
In questi ultimi
quattro secoli, in cambio di costruzioni matematiche, la
maggioranza degli esseri umani ha strappato via la matematica
dalla sua connessione con l'interiorità, perdendo gradualmente
anche l'esperienza del movimento corporeo precedentemente
posseduta .
Ciò che permise
la nascita dell'astronomia copernicana fu un fatto storico
determinante. La matematica (màthesis) era mistica oggettiva, e
gli esseri umani, vivendo dentro
l'astronomia, sapevano misurare il cosmo mediante il loro
organismo in movimento. Poi posero nel cosmo un sistema di
coordinate. Ma da tale sistema appena nato essi stessi uscirono
progressivamente. L'affermarsi del sistema copernicano è insomma
la naturale conseguenza derivante dalla progressiva perdita
nell'uomo dell'antica facoltà di sperimentare le cose in se
stesso.
Questo punto non
è considerato dalla nostra cultura attuale, eppure è un
importante fatto della storia dell'umanità: poter ammettere il
centro di un sistema al di fuori della sfera terrestre consisteva
in una completa sovversione dell'atteggiamento psichico
dell'umanità civile di allora. Chi sa veramente immaginarsi i
fatti, non può non riconoscere la nascita del pensiero
scientifico moderno connesso con tale elemento di sovversione.
Ed è in questo
contesto che Giordano Bruno si rese conto che non era
assolutamente evolutivo per l'umanità passare dal dogmatismo allo
scientismo.
Oggi si dice: "è scientificamente dimostrato". Ieri
valeva: "è un dogma di fede". Ambedue queste
espressioni chiudono ogni possibile apertura alla ricerca della
verità ed è questo che Giordano Bruno aveva presentito, tanto da
non dare eccessivo spazio alla depurazione della matematica dalla
mistica.
Egli infatti,
possedendo ancora l'esperienza interiore, si esprime sull'universo
in modo più lirico che matematico. Soprattutto, si esprime sul
sistema copernicano in un modo diverso da come si espressero lo
stesso Copernico, Galileo, Keplero, fino a Newton, vero fondatore
della mentalità scientifica moderna.
Con Newton si
costruisce proprio quel quid
cosiddetto oggettivo, congetturato senza più alcuna relazione con
un'esperienza diretta dei fatti. Con Newton viene affermata
l'aspirazione a separare del tutto l'esperienza fatta nel corpo
fisico umano e ad oggettivare ciò che in passato si era concepito
come strettamente congiunto con tale esperienza. Tramite tale separazione
nasce la fisica moderna: "solo per effetto di
tale separazione".
Con tale
separazione però non è più possibile esprimere secondo criteri
scientifici per esempio l'idea di moto.
Senza la mia
partecipazione al moto in quanto osservatore mi sarà infatti
completamente indifferente se sia quel tale oggetto a muoversi
rispetto a un altro o se sia quest'altro ad essere in movimento.
Per far capire
meglio quest'idea, si pensi al trucco usato nel cinema grazie al
quale l'attore che sta al volante di un auto ferma in uno studio
cinematografico, pare essere in corsa perchè numerose immagini di
una strada e di un paesaggio sfilano dietro di lui in velocità.
Se io guardo queste immagini ho l'illusione del movimento di un
oggetto che però nella realtà è fermo. Quel movimento è dunque
qualcosa di relativo. Nel caso in cui invece sia io a camminare
realmente, nessuno, neanche la "Scienza" dovrebbe poter
decretare, neppure secondo la teoria della relatività di
Einstein, che è indifferente o relativo se sia io a muovermi o se
sia il terreno a farlo in direzione opposta. Eppure la scienza di
oggi ha ancora questa pretesa, una pretesa "scientifica"
costruita su concetti totalmente inattuabili.
Se da una parte
Newton era ancora del tutto certo di poter ammettere dei moti
assoluti, con pensieri basati su una concezione della matematica
totalmente quantitativa, dall'altra, pensatori come Einstein si
accorgono che assieme all'esperienza interiore l'uomo si stava
perdendo anche la conoscenza del moto.
La teoria della relatività di Einstein diventa un
paradosso storico, una necessità storica: dovrà esistere fino a
quando si riuscirà a farne a meno. Infatti, "volendo
conseguire conoscenza del moto
o dello stato di
quiete, occorre partecipare all'esperienza del
moto o
dello stato di quiete,
ma se non vengono sperimentati, perfino moto
e quiete sono
reciprocamente soltanto relativi.
Il dilemma di oggi
è appunto questo: superare la teoria della relatività assieme al
relativismo del pensiero odierno, sconfinante nel nichilismo.
|